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di Silvia Gallo e Giorgio Ghia                                                                                                     23/05/2017
Fino   a   qualche   decennio   fa   il   termine   working   poor    sarebbe   stato   rubricato   come contraddittorio,   un   ossimoro.   Nei   cosiddetti   anni   del   boom   economico   che   hanno fatto   seguito   al   periodo   di   ricostruzione   post-bellica,   non   esisteva   un   nesso   diretto tra   lavoro   e   povertà.   Chi   occupava   un   posto   di   lavoro   –   e   generalmente   si   trattava di   posto   fisso   –   nulla   aveva   a   che   fare   con   la   povertà.   Povero   era   semmai   colui   che aveva    dovuto    subire    situazioni    negative    legate    all’andamento    congiunturale dell’ambito   lavorativo   o,   sul   piano   personale,   legato   a   qualche   problema   invalidante come   alcolismo   o   tossicodipendenza.   Nel   panorama   del   sistema   sociale   esistente non   si   verificava   una   sovrapposizione   tra   i   due   termini.   Oggi   il   lavoro   ha   cessato   di essere   una   garanzia   contro   la   povertà:   è   infatti   aumentato   in   modo   significativo   il numero   di   nuclei   familiari   in   povertà   in   cui   almeno   una   persona   risulta   impiegata. L’aumento   dei   lavoratori   poveri,   o   a   rischio   di   povertà,   è   una   tendenza   non   solo italiana   ma   presente   anche   a   livello   europeo   a   partire   dalla   fine   degli   anni   ‘90   dello scorso secolo.
LAVORO E POVERTÀ:  UN FALSO OSSIMORO (Parte 8^)

Rivista online del Cepros Asti - Onlus.

Redazione: Palazzo Ottolenghi, C.Vittorio Alfieri, 350, 14100 , Asti.

Reg. Tribunale di Asti n. 1373/14 del 20 Ottobre 2014 Direttore Responsabile Maurizio Scordino